Violenza domestica: una figlia molto confusa

Inviata da Sonia. 26 feb 2019 4 Risposte  · Violenza domestica

Buonasera, non avendo a chi rivolgermi mi rivolgo a voi.
Ho 24 anni e sin da piccola ho avuto una relazione molto travagliata coi miei genitori. Questi sono sempre stati tipi violenti e manipolatori psicologici. Fino a qualche annetto fa, quando ancora andavo a scuola, era all'ordine del giorno litigare anche per le sciocchezze o perché a detta loro "non studiavo ma passavo solo tempo al pc" (sono stata promossa sempre con una impeccabile media del 9 e MAI nessun richiamo), ma quello che non è mai mancato, qualunque fosse il "grado" del litigio in corso, era la classica sculacciata, da uno o entrambi i genitori, con conseguente "sequestro" dell'oggetto che, secondo loro, mi impediva di essere una "buona figlia" (poteva essere il computer, il cellulare, un semplice mp3, un libro o anche il mio materiale da disegno), nonostante comunque abbia anche sempre contribuito ad aiutare in casa con le faccende domestiche. Vorrei specificare inoltre che le percosse subite da mia madre potevano variare dall'essere effettuate solo con le mani (schiaffi, graffi, pizzichi e pugni -é successo che rompesse i miei occhiali da vista una volta-) sia effettuate mediante la classica "cucchiarella" (il cucchiaio di legno per cucinare) sia mediante scarpe/ciabatte/pantofole sia mediante oggetti usati a mo' di frusta (la spina del pc quando me lo sequestrava), mentre per quanto riguarda mio padre, mi ha spesso preso a calci e pugni e buttandomi a terra in perfetto stile pestaggio. Ovviamente a tutto ciò non è MAI mancato l’uso di parole offensive e denigratorie nei miei confronti, facendomi sentire più in colpa del dovuto, inferiore e indegna di qualunque cosa che non fosse questo tipo di atteggiamento. Sono cresciuta molto solitaria e sola, ho degli amici e un fidanzato (conosciuto su internet, altra cosa che i miei non approvano), ma da dopo i 14 anni ho sentito in me DECRESCERE gradualmente la voglia di uscire e stare con gli altri, chiudendomi e diventando introversa e restia alle “occasioni mondane”. Questo mio “comportamento negativo” ha sempre indotto i miei genitori a sgridarmi ANCHE per questo, dicendomi che ho un pessimo carattere e che nessuno mai mi vorrà bene se continuo a essere “terrorista in casa e agnellino fuori” (poiché io cerco di difendermi in casa, ma loro “fuori” non sono con me e non vedono che anche in un ambiente estraneo io non sono remissiva come dicono, ma mi do un tono per non mostrare quanto effettivamente mi sento “debole”).

Da quando ho fatto 18 anni però la situazione è diventata insostenibile.
Facendo nuovamente altra premessa dico che: il mio desiderio dopo il diploma era quello di andare a studiare fumetto (che a loro non andava) in un’altra regione OPPURE trovare lavoro perché non avevo voglia di fare l'università ma di lavorare o continuare a studiare quello che volevo. Dato che non ho potuto studiare sia perché i miei genitori erano contrari al percorso di studi che volevo intraprendere sia per mancanza di disponibilità economica, ho quindi iniziato a cercare lavoro. Ho stampato dei curriculum (purtroppo “vuoti” essendo fresca diplomata senza esperienza) e ho iniziato a mandarne ovunque anche online tramite tutti i siti di recruitment che trovavo (oltre agenzie e simili). Purtroppo la ricerca non dava frutti, PERÒ io ho ACCETTATO TUTTI i periodi di prova che mi capitavano, sia non pagati che retribuiti il minimo. [Una mia vecchia professoressa mi mandò da un suo conoscente che mi sfruttò un mese intero senza pagarmi, appena diplomata, per poi fuggire io stessa anche per il linguaggio non consono che utilizzava nei miei confronti].
Tuttavia, nonostante la mia continua ricerca e il continuo passare da un negozio all’altro a fare settimane di prova non pagata, non è mai uscito nulla, generando malcontento generale all’interno della famiglia, con me che iniziavo a perdere fiducia e i miei genitori che mi consideravano una nullità.
Circa due anni fa però sembrava di aver trovato “la luce in fondo al tunnel” perché, tramite il mio migliore amico, ho trovato lavoro come segretaria part time da un conoscente, però a nero e con una paga da fame PERÒ era qualcosa ed era un lavoro anche raggiungibile a piedi! Essendo però che dovevo stampare anche fatture, mio padre, impiegato della gdf, mi ha intimato di andarmene perché, in caso di problemi il datore di lavoro avrebbe potuto far ricadere la colpa su di me e avrei potuto ritrovarmi nei guai, cosa pienamente condivisibile se non fosse che però lui abbia talmente intimorito il mio “capo” con i suoi modi poco ortodossi da impedirgli di trovare un’altra segretaria (cerca ancora, sono andata nuovamente a chiedere perché sono messa alle strette, ma non ne vuole sapere).
Da lì in poi io ho continuato a cercare ma non ho più trovato nulla. Ho collezionato colloqui su colloqui e giorni di prova infiniti, continuo a ricevere porte in faccia e secchi no, nessuno mi offre un contratto o un’altra assunzione in nero, e io mi ritrovo ad oggi con i miei genitori che vogliono cacciarmi fuori di casa perché “sono un essere inutile che in casa non fa null'altro che stare al pc e a fare i fatti suoi senza trovarsi un lavoro” quando la realtà è ben diversa, con me che semino curriculum e parlo con la gente nella speranza che sappiano di qualcuno che assume e che quindi POI passo anche il pomeriggio al computer, e non che faccia solo quello, dato che quando sto a casa io comunque sono attiva con le faccende domestiche, soprattutto perché entrambi i miei genitori non sono molto presenti (mia madre è casalinga ma fa da badante a nonna).
Da quando però i miei genitori hanno avuto un periodo in cui si sono separati (per soli tre mesi) la situazione è diventata davvero insostenibile, e, dato che il giudice ha detto a mio padre che io non avevo diritto al suo mantenimento in quanto “adulta e abile a trovare lavoro”, nonostante lui sia tornato a casa quasi subito, ha preso questa sentenza come scusa per rinfacciarmi tutti i santi giorni che non lavoro e non faccio nulla per trovarne uno. Oggi siamo all’ennesima volta in cui mi hanno intimato di andarmene via di casa, e stavolta ho fatto le valigie ma NON posso andare nessuna delle due nonne perché mia madre non vuole che vada a “fare la parassita a casa di sua madre” e la madre di mio padre è gravemente malata e ovviamente non la prendo nemmeno in considerazione.
Il problema per cui ho scritto tutto questo enorme papiro però non è se abbiano diritto o no di cacciarmi fuori di casa, benché anche qui vorrei una delucidazione se possibile, ma vorrei sapere se posso eventualmente denunciare i miei genitori per come mi hanno sempre trattato nel corso degli anni, tra violenze fisiche, psicologiche, mobbing, pressioni e ansie. Ho vari problemi di tipo psicologico, come insonnia (per cui ho dovuto prendere dei farmaci prescritti dal medico di base tempo fa), ansia e attacchi di panico, nonostante però non sia in cura da uno psicologo psicoterapeuta perché i miei genitori pensano che non sia importante ma che chiedere l’aiuto di questi professionisti sia da persone inutili e che “non hanno niente a cui pensare e pensano di soffrire di depressione che è un problema che non esiste”.
Ho anche una sorella minore di 16 anni che è sempre stata testimone di questo ma non ha mai ricevuto lo stesso trattamento, nonostante ovviamente anche con lei caccino fuori queste perle ma in misura 3/15 rispetto a me, ma non voglio che abbia ripercussioni su di lei a cui è già stata diagnosticata una forma di cefalea tensiva a seguito di continui e devastanti emicranie con acufeni.
È giusto che in relazione a quanto da me vissuto io valuti una misura legale atta a tutelarmi a causa di queste vessazioni? Sono stanca di subire questi maltrattamenti, ma mi sento assolutamente impotente.
Hanno ragione loro ad essere esasperati perché non trovo lavoro e sono una parassita, oppure ho ragione io a sentirmi vessata perché non è colpa mia se ogni mia prova finisce male nonostante la buona volontà? È giusto che io debba continuamente sentirmi dire che non sono una buona figlia ma che vivo sulle loro spalle scialacquando quando io NON ho nemmeno vizi e non chiedo MAI soldi se non strettamente necessario un paio di volte l’anno e meno di 15€? È giusto che debba essere appellata a “deficiente” o “handicappata” al posto di sentire il mio nome ed essere continuamente paragonata alle figlie delle sue amiche o alle mie ex compagne di scuola che sono già pienamente realizzate in tutto?
Quando ero ancora alle superiori la tutor di classe mi faceva da psicologa e mi diceva sempre che dovevo assolutamente denunciarli ma non l’ho mai fatto per paura, però non ne posso davvero più.
Che devo fare? Vorrei azzardare un’ipotesi secondo cui è colpa del loro comportamento negativo che io sono molto bloccata su vari livelli, il che non aiuta nemmeno sul piano lavorativo.
Come dovrei comportarmi?
Scusandomi per la lunghezza eccessiva della mia spiegazione, vi ringrazio per l’attenzione e aspetto una vostra risposta. Grazie mille.

Miglior risposta

Buongiorno Sonia,
La tutela di un membro della famiglia può realizzarsi sia da un punto di vista penale sia da un punto di vista civile.

L’art. 572 del codice penale disciplina la fattispecie di reato di maltrattamenti in famiglia, stabilendo che chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l'esercizio di una professione o di un'arte, è punito con la reclusione da due a sei anni. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni.

Con questa norma il legislatore ha inteso tutelare l'integrità psico-fisica di persone facenti parte di contesti familiari o para-familiari. La norma si fonda infatti sulla centralità che assume lo stabile vincolo affettivo ed umano da proteggere contro fenomeni di sopraffazione.

Il delitto di maltrattamenti può dirsi integrato solo a fronte di una pluralità di comportamenti che incidano sul regime di vita di chi subisce il reato. Fatti episodici e derivanti da situazioni contingenti, pur lesivi dei diritti fondamentali, mantengono la loro autonomia di reati contro la persona (o contro l’onore o contro la libertà) mentre divengono componenti dei “maltrattamenti” se sono parte di una più ampia e unitaria condotta che impone alla vittima uno stile di vita mortificante e insostenibile.

Secondo la Cassazione, integrano il reato di maltrattamenti non soltanto le percosse, le lesioni, le ingiurie, le minacce, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa alla dignità, idonei a causare sofferenze morali.

É da dire che, in ambito penale, potrebbe sorgere un problema in merito all’onere probatorio in quanto è chi dichiara di aver subito il reato che dovrà dimostrare la sussistenza dei fatti, si può comunque ricorrere alla prova testimoniale di chi ha assistito agli eventi, (nella sua storia accenna al fatto che sua sorella ha sempre assistito agli eventi), tuttavia è da ricordare che nel processo penale, molto spesso, è sufficiente la testimonianza della sola persona offesa per provare la colpevolezza dell’autore della violenza, purché detta testimonianza sia credibile secondo il prudente apprezzamento del giudice.

Questo tipo di reato è procedibile d’ufficio, nel senso che una volta presentata la denuncia querela, la Procura andrà avanti autonomamente e il procedimento andrà avanti indipendentemente da un successivo ritiro della denuncia querela. È denunciabile da chiunque ne abbia avuto notizia o dalla stessa vittima, presentandosi in Questura, a una Stazione dei Carabinieri o alla Procura della Repubblica.

All’interno dell’azione penale si può instaurare contemporaneamente un giudizio di natura civile per la richiesta di risarcimento del danno causato dal comportamento delittuoso.

Un’altra strada percorribile sarebbe quella di un giudizio interamente civile, nel quale richiedere il risarcimento danni per responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c., anche in questa ipotesi sarà sempre chi attiva il giudizio che dovrà dimostrare la sussistenza dei fatti anche se vi è un minor rigore rispetto al procedimento penale, in ambito civile si darebbe molta importanza alla Consulenza Tecnica d’Ufficio con cui si viene a ricostruire la compagine del danno, tra cui rientra anche quello morale e psicologico suscettibili di valutazione monetaria.

Riguardo poi la questione del mantenimento è da rilevare che la dicitura da lei riportata, secondo cui il giudice ha negato il mantenimento in quanto “adulta e abile a trovare lavoro”, non sembra in linea con la giurisprudenza in merito al mantenimento dei figli maggiorenni, specificando sin da subito che senza aver letto integralmente il provvedimento del giudice non è possibile esprimere una corretta valutazione.

La giurisprudenza ha più volte definito i limiti del concetto di indipendenza del figlio maggiorenne, statuendo che non qualsiasi impiego o reddito (come il lavoro precario, ad esempio) fa venir meno l'obbligo del mantenimento (Cass. n. 18/2011), sebbene non sia necessario un lavoro stabile, essendo sufficienti un reddito o il possesso di un patrimonio tali da garantire un'autosufficienza economica (Cass. n. 27377/2013).
È pacifico che, affinché venga meno l'obbligo del mantenimento, lo status di indipendenza economica del figlio può considerarsi raggiunto in presenza di un impiego tale da consentirgli un reddito corrispondente alla sua professionalità e un'appropriata collocazione nel contesto economico-sociale di riferimento, adeguata alle sue attitudini ed aspirazioni (v. Cass. n. 4765/2002; n. 21773/2008; n. 14123/2011; n. 1773/2012).

Inoltre, sempre la giurisprudenza con indirizzo costante e unanime ha stabilito le ipotesi di esclusione del mantenimento, stabilendo che l’obbligo perdura sino a quando il mancato raggiungimento dell’autosufficienza economica, non sia causato da negligenza o non dipenda da fatto imputabile al figlio, ad esempio è stato riscontrato l’esonero dove, con riferimento il figlio maggiorenne posto nelle concrete condizioni di raggiungere l’autonomia economica dai genitori, il figlio maggiorenne abbia opposto rifiuto ingiustificato alle opportunità di lavoro offerte.

Già il fatto che suo padre l’abbia obbligata a lasciare un lavoro da segretaria solo per il timore di un ipotetico problema di fatture che lei doveva solo stampare, fanno escludere le ipotesi di negligenza di fatto imputabile al figlio.

Va precisato che il mantenimento è dovuto ex art. 147 cc. e ss., secondo cui il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l'obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’articolo 315-bis, obbligo che ricade su entrambi i genitori sia in costanza di matrimonio sia in caso di separazione e divorzio. Pertanto, il provvedimento del giudice sembrerebbe impugnabile.

Alla luce di quanto detto, la minaccia di cacciarla di casa, non trova fondamento giuridico nel nostro ordinamento, e se dovesse verificarsi un’ipotesi del genere, si configurerebbe la violazione dell’obbligo di mantenimento e uno spossessamento che trova tutela con l’azione di reintegro.

Infine, le suggerisco di informarsi e richiedere il reddito di cittadinanza qualora sussistano i presupposti di legge, al fine di trovare un lavoro ed avere un minimo reddito, per poi andare a vivere da sola ed essere indipendente dai suoi genitori.

Restando a disposizione per chiarimenti ed assistenza porgo cordiali saluti.
Avv Francesco Zofrea

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Gentile Sonia,Lei ha bisogno di una valida assistenza legale.Quel che ha scritto è toccante e ci richiama all'esercizio di una responsabile e attenta solidarietà nei Suoi confronti.I Suoi genitori hanno il diritto di non consentirLe la permanenza in casa ma il rilascio dovrebbe,in caso di dissenso,essere deciso dal giudice competente ma al contempo,se non lavora e non ha lavorato,dovrebbero provvedere al Suo mantenimento.Fino a quando?Alcune proposte di legge prevedono sino a quasi laSua età ma gli orientamenti giurisprudenziali,peraltro oscillanti,sin verso i 30 anni.Per i maltrattamenti subiti può chiedere la condanna ed i danni:trattasi di materia delicata,per le prove da fornire e per le conseguenze nei rapporti familiari,che richiede un esame approfondito in un incontro che non può svolgersi on line.Cordialmente avv.Alfredo Guarino

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3 MAR 2019

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deve rivogersi ad un legale con cui possa parlare da vicino, se ci sono gli estremi non escludo una perizia psicologica.................................................

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27 FEB 2019

Logo Avvocato Di Lallo Avvocato Di Lallo

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Buongiorno, ho letto con molta attenzione tutta la Sua storia.
Il mio consiglio è quello di rivolgersi il prima possibile ad un avvocato.
Il suo caso va valutato molto attentamente, sulla base di queste sue affermazioni, seppur ben scritte e dettagliate, mi è difficile fornirLe un parere legale adeguato.
Spero di assere stata utile.
Cordiali saluti
Avv. Valentina Lamberti

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27 FEB 2019

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