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Aiuto al suicidio: la sentenza della Consulta

L’articolo 580 del codice penale punisce l'istigazione o l'aiuto al suicidio con la reclusione da cinque a dodici anni.

6 ott 2019 Attualità - Tempo di lettura: min.

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La Corte Costituzionale emette una storica sentenza sul caso del suicidio assistito di Dj Fabo e apre le porte a una nuova legge su questa polemica tematica.

L’articolo 580 del codice penale sancisce, nella prima parte del primo comma, che “Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l'altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l'esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”.

Su questo articolo si è sviluppato il processo nei confronti di Marco Cappato per il suicidio assistito, avvenuto in Svizzera, di Dj Fabo, un ragazzo che, dopo un incidente stradale avvenuto nel 2014, era rimasto tetraplegico. Questo esponente dell’Associazione Luca Coscioni, infatti, era stato accusato non solo di aiuto al suicidio ma anche di “rafforzamento al suicidio”, ossia di avera spinto Dj Fabo a scegliere il suicidio in Svizzera. La Corte Costituzionale, trovando eccezioni a quanto stabilito dall’articolo 580 del codice penale, ha affermato che non è punibile “chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

Oltre a questa decisione, i giudici della Corte Costituzionale ha anche rimandato il compito al legislatore di intervenire su questa questione, ormai da anni al centro del dibattito pubblico, soprattutto in seguito a casi come quello di Dj Fabo ma anche di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby con la relativa lotta, durata per anni, rispettivamente di Beppino Englaro e di Mina Welby: “In attesa di un indispensabile intervento del legislatore, la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Ssn, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente”.

Non si è fatta attendere la reazione dello stesso Marco Cappato che, sul suo profilo Twitter ha esultato, condividendo con i suoi follower che “La Consulta ha deciso: chi è nella condizioni di Fabo ha diritto a essere aiutato. Da oggi siamo tutti più liberi, anche chi non è d’accordo. È una vittoria della disobbedienza civile, mentre i partiti giravano la testa dall’altra parte”.

Questa sentenza potrà aprire molte porte per tutte quelle persone che si trovano in condizioni tali da non voler continuare a vivere, quindi riaprendo il tema dell’eutanasia e del suicidio assistito. A nulla era valso l’appello di Dj Fabo diretto al presidente della Repubblica: “Signor Presidente della Repubblica, vorrei poter scegliere di morire, senza soffrire. Ma ho scoperto di aver bisogno di aiuto”. Dopo la sua morte, invece, sembra riaprirsi uno spiraglio di speranza che si spera poterà il Parlamento a legiferare finalmente su questa spinosa quanto necessaria tematica.

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